Rivista svizzera dei musei

Rivista svizzera dei musei 27: 60 anni AMS

Il numero 27 è interamente dedicato al 60° anniversario della VMS. Fondata nel 1966, in un’epoca di grandi cambiamenti, l’associazione continua a essere sinonimo di tolleranza e apertura, coesione sociale e valori democratici fondamentali. In un Paese noto per l’elevata densità di musei, oggi rappresenta circa 850 membri. Un numero di cui siamo orgogliosi. In questa rivista dedicata ai musei tracciamo un percorso che va dalla fondazione dell’associazione fino ai dibattiti attuali sulla politica museale svizzera. I musei e il loro personale operano da sempre al crocevia tra passato, presente e futuro. Rappresentanti di tre generazioni discutono del ruolo dei musei nella società, dei cambiamenti nella quotidianità lavorativa e delle sfide future. La rubrica «Uno sguardo oltre i confini» è dedicata questa volta alla collaborazione interistituzionale. Ciò che unisce i musei è più di ciò che li divide.

Rivista svizzera dei musei 27: 60 anni AMS

A proposito

La Rivista svizzera dei musei è la rivista dei membri dell'AMS e di ICOM Svizzera. Fornisce informazioni sulle attività delle associazioni e sull'attuale politica culturale, presenta una selezione di opere specialistiche e offre uno sguardo dietro le quinte dei musei svizzeri attraverso una serie di fotografie. La rivista viene pubblicata due volte l'anno in edizione multilingue. Le traduzioni dei principali articoli sono disponibili su museums.ch.

La rivista dei musei può essere ordinata gratuitamente in formato cartaceo.

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Traduzioni

«Viviamo un’epoca di trasformazioni profonde»

Come sono cambiati, nel corso dei decenni, le condizioni di lavoro, le problematiche del quotidiano, ma anche i compiti e il ruolo dei musei? E come si evolverà la situazione negli anni a venire? A queste domande cerchiamo di rispondere in un’intervista che coinvolge tre diverse generazioni, mettendo a confronto passato, presente e futuro del lavoro nel settore museale.


Con:
Bernard A. Schüle, per 37 anni curatore e responsabile del Centro degli oggetti al Museo nazionale svizzero, presidente dell’AMS dal 1999 al 2008, ora in pensione, classe 1955

Andrea Kauer Loens, membro del Comitato direttivo dell’AMS dal 2017; vicepresidente dell’AMS e direttrice del Museo nazionale del Liechtenstein, classe 1976

Anthony Wyer, esperto di informazione e documentazione presso il Museo della comunicazione di Berna, classe 2000

Bernard, tu hai studiato etnologia e con questa formazione ti eri candidato all’epoca al ruolo di curatore del Museo nazionale. Oggi, invece, si arriva a lavorare nei musei dopo aver seguito i percorsi professionali più diversi. Probabilmente le cose sono molto cambiate rispetto a quando hai iniziato la tua carriera …

Schüle: Sì, parecchio. Ho potuto constatarlo di persona nel corso del tempo, visto che per circa trent’anni ho tenuto dei corsi di museologia, al termine dei quali gli studenti conseguono un diploma che io stesso non possiedo. Noi invece arrivavamo direttamente dall’università, con una preparazione quasi esclusivamente teorica.

Tutto ciò rende l’accesso al mondo dei musei più facile o più difficile?

Schüle: Più difficile, direi, perché le competenze richieste sono enormemente cresciute.

Anthony, tu rappresenti la generazione più giovane: è davvero così difficile entrare nel settore museale oggi?

Wyer: Io appartengo a una categoria professionale relativamente nuova all’interno dei musei. Da questo punto di vista non è semplice, perché le posizioni disponibili non sono molte, anche se ho fiducia nel fatto che aumenteranno.

Di cosa ti occupi esattamente e che cosa ti appassiona del tuo lavoro?

Wyer: Gli esperti dell’informazione e della documentazione lavorano per lo più negli archivi e nelle biblioteche: una professione che solo di recente è stata valorizzata anche nel mondo museale. Veniamo al lavoro che svolgo: in un museo si conserva un’enorme quantità di fotografie, ciascuna accompagnata da metadati – informazioni sul luogo e sulle persone che vediamo nell’immagine, sulla data, sul contesto, sull’autrice o sull’autore della foto. Il mio compito è strutturare questi dati, cioè collegare tutto ciò che appartiene allo stesso insieme e dividerlo da ciò che pertiene ad altro. Mi piace prendermi cura dei dati, ordinarli. E poi i musei sono luoghi di lavoro meravigliosi.

Andrea, nel tuo ruolo di direttrice hai ovviamente anche responsabilità nella gestione del personale e osservi da vicino l’evoluzione dei percorsi professionali.

Kauer Loens: Negli ultimi anni il nostro settore ha conosciuto una notevole crescita della professionalità. Un tempo le offerte formative specifiche erano molto meno numerose: le competenze si acquisivano direttamente sul campo. Questo aspetto resta importante ancora oggi. Tuttavia, noto che già al momento della selezione i candidati sono estremamente qualificati e spesso provengono da luoghi anche molto lontani: un indice del fatto che trovare un posto nel settore continua a non essere facile.

E da che cosa dipende?

Kauer Loens: Non ci sono molti posti disponibili, lo so per esperienza personale: bisogna quindi essere pronti ad ampliare il proprio raggio d’azione o a trasferirsi, se necessario. Quindici anni fa, però, non ricevevo ancora così tante candidature altamente qualificate provenienti dall’estero. Questo mi fa pensare che la situazione sia diventata ancora più competitiva.

Schüle: Credo che sia importante essere flessibili e aperti, e sapersi dire: va bene, avrei fatto volentieri una certa cosa, ma anche quest’altra mi interessa. Provo a seguire questa strada.

Kauer Loens: E non stiamo parlando soltanto di incarichi accademici. I musei sono realtà profondamente interdisciplinari, ed è proprio questo a renderli così interessanti. Da noi, accanto a persone con una formazione artigianale lavorano ex professionisti del settore alberghiero, ad esempio. Ciò che ci accomuna è la passione per il museo.

Restiamo per un momento sul tema delle nuove professioni. La digitalizzazione non solo crea nuovi profili lavorativi, ma trasforma anche le strutture esistenti. Come si sta muovendo il settore a questo riguardo e in quale ambito è ancora necessario intervenire?

Kauer Loens: Viviamo un’epoca di trasformazioni profonde. Fino a pochi anni fa, «digitalizzazione» significava semplicemente sostituire lo schedario cartaceo con una banca dati per catalogare le collezioni. Oggi, invece, il digitale permea l’intero ambito lavorativo. Se penso, per esempio, all’intelligenza artificiale, siamo ancora dei principianti che iniziano appena a comprenderne le potenzialità e i limiti.

Wyer: L’intelligenza artificiale si evolve a una velocità impressionante: ogni mese c’è una novità. In una situazione del genere non si può fare altro che continuare a imparare.

Schüle: L’IA comporta però anche dei rischi per il mondo museale. Occorre rimanere costantemente aggiornati per continuare a offrire qualcosa di significativo e capace di attrarre il pubblico, in un’epoca in cui chiunque può ottenere qualsiasi informazione semplicemente consultando l’intelligenza artificiale.

I campi d’azione dei musei continuano dunque ad ampliarsi. Accanto alla digitalizzazione, anche la sostenibilità ha assunto un ruolo centrale. A questo si aggiungono questioni sociali come l’inclusione, l’accessibilità e altro ancora. Andrea, come vivi questi sviluppi?

Kauer Loens: Li considero un grande arricchimento. Come diceva Bernard, il museo non deve perdere la sua rilevanza, e credo che proprio qui si apra un’enorme opportunità. Tutto ciò rende il nostro lavoro più stimolante e diversificato, e inoltre mette in discussione ruoli e modelli consolidati.

Si potrebbe però osservare che a fronte della continua crescita delle aspettative nei confronti dei musei, le risorse finanziarie e umane non sempre aumentano allo stesso ritmo, soprattutto per quanto riguarda le istituzioni più piccole.

Kauer Loens: È vero: questo è senza dubbio un grande problema e non credo che le cose cambieranno necessariamente in meglio. Al tempo stesso, penso che possiamo imparare moltissimo proprio dai piccoli musei, in quanto sono costretti più di altri a utilizzare con attenzione le loro risorse. Da questa necessità scaturiscono spesso idee estremamente creative.

Anthony, come vivi questa pressione? Direttrici e direttori hanno ovviamente la responsabilità delle loro istituzioni, ma la tua generazione ha ancora davanti a sé molti anni di attività professionale. Sono questioni che ti fanno riflettere?

Wyer: Sì, certo. Questi temi non riguardano soltanto i musei, ma attraversano l’intera società, coinvolgendo in modo particolare le giovani generazioni. Al Museo della comunicazione sono argomenti molto presenti: dalla sostenibilità alla partecipazione, fino alle narrazioni critiche nei riguardi del razzismo, un tema che è al centro di un progetto che stiamo portando avanti. C’è molto fermento, ed è importante che ci sia. Naturalmente, però, tutto questo genera pressione e richiede l’impiego di risorse che spesso sono limitate già in partenza.

Bernard, quando hai iniziato la tua carriera ci si interrogava già sul ruolo del museo nella società?

Schüle: No, devo dire che allora, in generale, ci ponevamo ben poche domande. Il tema di una mostra veniva scelto in base agli interessi della curatrice o del curatore di turno che aveva piacere ad approfondirlo. Poi l’esposizione veniva realizzata, sperando che incontrasse anche il gusto dei visitatori. Non ci interrogavamo particolarmente neppure su quale fosse il nostro pubblico di riferimento. Ripensandoci oggi, devo ammettere che qualche volta al Museo nazionale eravamo eccessivamente accademici e finivamo per realizzare mostre di curatori ad uso di altri curatori. Oggi, invece, il pubblico viene consultato e si analizzano i dati sull’affluenza.

E questo è un bene?

Schüle: Assolutamente sì.

Anthony, per chi è oggi il museo?

Wyer: Credo che oggi il museo sia per tutti. O almeno, questo dovrebbe essere l’obiettivo. Che sia già stato conseguito ovunque è un’altra questione.

Andrea, il museo è davvero per tutti? E come possiamo raggiungere questo scopo?

Kauer Loens: Certamente. Tuttavia, non riusciamo a coinvolgere tutte le fasce di pubblico allo stesso modo e forse non ci riusciremo mai. Per questo ritengo importante concentrare l’attenzione proprio sugli ambiti in cui non siamo ancora abbastanza efficaci. Da questo punto di vista, l’opinione di chi non frequenta i musei è spesso più interessante e istruttiva di quella dei visitatori abituali. Come possiamo, ad esempio, coinvolgere maggiormente le persone che hanno alle spalle una storia di migrazione? O i giovani adulti? In che modo possiamo diventare più inclusivi e accessibili? Sono questioni che oggi consideriamo centrali e sulle quali abbiamo ancora ampi margini di miglioramento.

Dopo aver parlato a lungo del passato e del presente, proviamo ora a guardare al futuro. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una crescita quasi esponenziale dei cambiamenti sociali e dall’ampliarsi dei temi e dei campi d’azione dei musei. Che cosa vi aspettate dal futuro? Come si evolveranno le cose?

Wyer: Non credo che il ritmo del cambiamento rallenterà. Ne abbiamo già parlato: nel solo campo dell’IA praticamente ogni mese c’è qualcosa di nuovo, e sono convinto che ciò avrà un impatto profondo sul panorama museale, così come sull’intera società. Saranno necessarie nuove figure professionali, competenze e conoscenze nuove. Naturalmente, costruire tutto questo richiederà investimenti considerevoli; occorrerà anche creare sinergie e rafforzare la collaborazione tra i musei.

Aspettate questi sviluppi con entusiasmo o invece con una certa preoccupazione?

Wyer: Con entrambi, direi. C’è sicuramente un po’ di apprensione: cosa ci riserva il futuro? Ci sarà ancora posto per me e per le persone con cui lavoro? Come sarà il museo di domani? Sono domande alle quali non sappiamo ancora rispondere. Ma credo anche che tutto questo possa portare molti vantaggi. 

Kauer Loens: Proprio in una fase come questa, caratterizzata da rapidi cambiamenti e continui interrogativi sulla qualità delle informazioni, i musei hanno molto da offrire. Mi auguro che non si perdano di vista gli elementi di base del nostro esistere: le collezioni, la ricerca, ma anche le nostre competenze e funzioni, come luoghi di apprendimento complementari alla scuola, ad esempio. Di tutto questo dobbiamo assolutamente prenderci cura.

Schüle: I musei hanno una dimensione concreta che li distingue dal mondo puramente digitale. Spero che la società non perda l’interesse per questa esperienza. Le nostre istituzioni hanno ancora un ruolo importante da svolgere, ma devono farsi valere.

Moderazione: Timo Landenberger

La cultura come terreno di confronto politico

L’Associazione dei musei svizzeri (AMS) venne fondata nel 1966, un’epoca in cui in Svizzera la cultura era considerata prevalentemente una questione privata. In quel contesto, l’AMS colmò un’importante lacuna e da allora si batte con determinazione per tutelare gli interessi del settore. Oggi, tuttavia, i musei si trovano nuovamente stretti tra le esigenze dettate dal loro mandato culturale e le politiche di risparmio. In questo articolo ripercorriamo le alterne vicende che hanno caratterizzato la storia della politica culturale svizzera.

Nel 2025, la notizia del pacchetto di misure di risparmio volte ad alleggerire il bilancio della Confederazione a partire dal 2027 ha suscitato inquietudine nel settore museale. In questo «Pacchetto di sgravio 27» rientra anche la decisione di congelare la spesa culturale fino al 2030. Sembra di vivere un déjà-vu: chi conosce la storia della politica culturale svizzera sa che i custodi del patrimonio culturale mobile hanno già dovuto più volte riaffermare la propria legittimità nei confronti dello Stato.

«Nel corso di tutti questi anni, l’AMS ha lottato per essere considerata e ascoltata dalla politica, in qualità di interlocutore socialmente rilevante e promotore di democrazia», dichiara Carole Haensler, presidente dell’Associazione dei musei svizzeri (AMS). «Abbiamo spesso avuto l’impressione che le decisioni in materia di politica culturale fossero il risultato di una visione a breve termine. Invece, sulla base di dati concreti, possiamo dimostrare quanto il settore culturale, e i musei in particolare, siano rilevanti per la Svizzera e per la sua popolazione, poiché costituiscono una delle attrattive del nostro territorio, favoriscono il dialogo e, con oltre 15 milioni di ingressi all’anno, rendono felici moltissime persone».

Per questo motivo l’AMS ha preso posizione sul pacchetto di sgravio. I musei, sottolinea l’associazione, non sono istituzioni elitarie, ma costituiscono, sempre secondo Haensler, «un concentrato di conoscenza ed esperienza e hanno la responsabilità di preservare il patrimonio culturale mobile». Grazie ai musei, la società e la politica sono in grado di comprendere il passato e il presente e di proiettare questa conoscenza nel futuro. «Le istituzioni museali sono attori indispensabili della coesione sociale e, dopo la famiglia e gli amici, godono del più alto tasso di fiducia da parte della popolazione».

In realtà, la tensione tra il risparmio invocato dallo Stato e la responsabilità di cui si fa carico la politica culturale è antica quanto quest’ultima. Per capire qual è la posta in gioco, vale la pena riavvolgere i fili della storia.

«La cultura è una questione privata»: il dogma del dopoguerra

Il 5 novembre 1966, dall’unione di 78 musei nacque l’Associazione dei musei svizzeri (AMS). A quell’epoca – e almeno fino ai primi anni Settanta – la posizione della Svizzera era molto chiara: la cultura era una questione privata. Comuni, Cantoni e Confederazione sostenevano sì in modo sporadico la produzione culturale, ma una politica culturale coerente non esisteva, né era realmente auspicata. Philippe Etter, storico capo del Dipartimento federale dell’interno, aveva sintetizzato questa posizione già nel 1954: «Non è lo Stato il principale portatore di ciò che chiamiamo cultura. Il concetto di cultura di Stato è estraneo a noi Svizzeri».

La fondazione dell’AMS avvenne tuttavia in un momento in cui questa certezza dava i primi segni di cedimento. Basti pensare che oltre il 90 per cento degli attuali musei svizzeri è nato dopo la Seconda guerra mondiale e, a partire dagli anni Sessanta, il boom economico ha innescato anche nel mondo museale una straordinaria fase di crescita e trasformazione.

Questo processo portò a una vera e propria svolta nella politica culturale svizzera. In quegli anni, Pro Helvetia – ente indipendente seppur finanziato dalla Confederazione, fondato nel 1939 dal Consiglio federale come gruppo di lavoro per la «difesa spirituale del Paese» contro la Germania nazista e l’Italia fascista – divenne una forza trainante dello scambio culturale. I musei continuarono tuttavia a operare in uno spazio ancora largamente privo di regolamentazione.

La Confederazione aveva fondato già nel 1890 il Museo nazionale svizzero, eppure continuava a mancare una considerazione sistematica delle istituzioni museali non federali, che ammontavano a oltre un centinaio.

In questa fase di espansione, l’AMS colmò una lacuna importante: diede voce al settore, creò una rete e introdusse i primi standard qualitativi.

Il documento chiave scaturito dalla fase iniziale del dibattito sulla politica culturale fu stilato nel 1975: era il cosiddetto Rapporto Clottu, dal nome del consigliere nazionale liberale Gaston Clottu. Questo rapporto di oltre 500 pagine ebbe grande importanza anche per i musei, poiché conteneva una netta presa di posizione a favore di una politica culturale federale più attiva e di un maggiore impegno a favore della diffusione e della tutela della cultura, compresa l’introduzione di uno specifico articolo nella Costituzione.

Sulle prime, il documento non ebbe un grande impatto. È vero che nel 1975 venne istituito a livello amministrativo l’Ufficio federale della cultura in seno al Dipartimento federale dell’interno e che venne aumentato il budget di Pro Helvetia – ancora l’unico attore nazionale della politica culturale –, ma l’AMS e le istituzioni che rappresentava dovettero ancora attendere prima che le indicazioni del Rapporto Clottu si traducessero in una legislazione coerente.

Fallimenti e opportunità: i lunghi anni Ottanta e Novanta

La politica culturale svizzera degli anni Ottanta e Novanta è una storia di occasioni mancate per un soffio. Nel 1980 l’iniziativa popolare «Per la cultura» ridiede slancio al dibattito sulla politica culturale. L’iniziativa, che chiedeva di destinare l’uno per cento della spesa federale a scopi culturali, venne respinta in votazione popolare nel 1986. Un nuovo tentativo, nel 1994, fallì, nonostante il 51 per cento circa di voti favorevoli, a causa del mancato raggiungimento della maggioranza dei Cantoni.

A ciò si aggiunsero provocazioni come lo slogan «La Suisse n’existe pas», esposto nel padiglione ufficiale svizzero dell’Esposizione universale di Siviglia del 1992, a dimostrare quanto la cultura fosse diventata un terreno politicamente sensibile. I musei ne beneficiarono indirettamente: il crescente interesse della società per le istituzioni culturali contribuì infatti a rafforzare la loro posizione.

Un segnale importante fu l’introduzione, nel 1996, del Passaporto Musei Svizzeri , un progetto lanciato dall’AMS unitamente all’Ufficio federale della cultura e a Svizzera Turismo, a cui aderiscono oggi più di 500 musei. Nel 2025, il Passaporto Musei Svizzeri ha generato per la prima volta oltre 1,5 milioni di ingressi. «Da 30 anni il Pass apre le porte dei musei, stimolando un numero sempre maggiore di persone a scoprire la varietà culturale della Svizzera», ha dichiarato la ministra della cultura Elisabeth Baume-Schneider durante le celebrazioni per l’anniversario dell’iniziativa.

1999 e 2012: pietre miliari istituzionali

La revisione totale della Costituzione federale avvenuta nel 1999 portò alla svolta tanto attesa: un nuovo articolo stabilì che, pur restando i Cantoni i principali responsabili in materia culturale, la Confederazione avrebbe potuto sostenere attività culturali d’interesse nazionale. Per i musei questo significava non dipendere più soltanto dalla benevolenza dei politici di turno, ma poter contare su una base costituzionale per ottenere sostegno.

Il secondo grande traguardo fu raggiunto nel 2009, quando il Parlamento approvò la prima Legge federale sulla promozione della cultura (LPCu) della Svizzera. La novità consisteva nell’introduzione di un messaggio concernente il finanziamento della promozione culturale – il «Messaggio sulla cultura» – che avrebbe definito periodicamente la politica culturale della Confederazione e le relative risorse finanziarie. La legge entrò in vigore il 1° gennaio 2012, creando l’impianto di base della politica culturale federale tuttora vigente.

Per i musei si trattò di un passaggio decisivo, che consentì all’Ufficio federale della cultura di sostenere finanziariamente musei, collezioni e reti indipendenti. Tra queste rientrava anche l’AMS. Allo stesso tempo, Cantoni, Comuni e Città mantenevano la propria autonomia nella definizione delle rispettive politiche culturali rispetto alla Confederazione.

Grazie al nuovo contributo annuale introdotto nel 2014, l’AMS non solo è divenuta più stabile dal punto di vista finanziario, ma è stata anche ufficialmente riconosciuta come istituzione impegnata nella tutela degli interessi di tutti i musei svizzeri.

Il Messaggio sulla cultura, nuovo strumento di indirizzo politico

Il secondo Messaggio sulla cultura ha introdotto un’altra importante novità come strumento di indirizzo politico, poiché musei e collezioni hanno potuto beneficiare di aiuti finanziari destinati alla ricerca sulla provenienza delle opere. «La Confederazione fornisce in tal modo un ulteriore contributo importante all’accertamento della provenienza delle opere d’arte presenti nei musei e nelle collezioni della Svizzera», si legge in un comunicato dell’Ufficio federale della cultura del gennaio 2016. Secondo il comunicato, per il periodo di finanziamento 2016-2020 erano previsti due milioni di franchi destinati alla ricerca sulla provenienza. Questa misura – conseguenza dei Principi di Washington, riconosciuti dalla Svizzera nel 1998 – toccava i musei in un momento delicato della loro storia e trasformava il confronto con il patrimonio in un compito istituzionale. Nel 2023 il Consiglio federale ha deciso inoltre di istituire una «Commissione per il patrimonio culturale storicamente problematico», la quale ha avviato i lavori nella primavera del 2026.

Per i musei si è profilato così un insieme di esigenze sempre più complesse. Dalla ricerca sulla provenienza alla decolonizzazione delle collezioni, dalla trasformazione digitale e sociale ai temi dell’accessibilità, dell’inclusione e della sostenibilità ecologica: le aspettative nei confronti delle istituzioni museali continuano, insomma, a crescere. 

Anche per questo motivo, nell’allestimento del Messaggio sulla cultura 2025-2028 sono stati coinvolti per la prima volta anche altri attori della promozione culturale: Cantoni, Città e Comuni, ma anche associazioni culturali. Sulla base di un’ampia analisi sono stati definiti sei campi d’azione concreti: cultura come settore occupazionale, aggiornamento della promozione della cultura, trasformazione digitale nella cultura, cultura come dimensione della sostenibilità, patrimonio culturale come memoria vivente e collaborazione nell’ambito della cultura.

L’AMS e ICOM Svizzera si sono impegnati a fondo per favorire questo processo: hanno coordinato i propri associati, presentato prese di posizione congiunte e partecipato alle audizioni parlamentari. Nella sessione autunnale del 2024, il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati hanno infine concordato uno stanziamento di circa 987 milioni di franchi. Tuttavia, non appena il Messaggio sulla cultura è stato approvato, sono arrivate nuove restrizioni finanziarie con il pacchetto di sgravio.

La questione a sapere se e in quale misura la cultura – e più specificamente il settore museale – debba rientrare nelle competenze della Confederazione continua, dunque, a essere materia di discussione anche a 60 anni di distanza dalla creazione dell’AMS.

Il settore è tuttavia rappresentato da un’associazione forte e capace di contribuire a questo confronto con argomentazioni solide, dati affidabili e decenni di esperienza nella politica culturale. Oggi l’Associazione dei musei svizzeri rappresenta circa 850 musei e continuerà a impegnarsi affinché i suoi membri non restino semplici oggetti della politica, ma ne siano protagonisti a tutti gli effetti.

Autore: Timo Landenberger

Uniti nella diversità: i vantaggi della collaborazione tra musei

Dalle associazioni regionali ai congressi internazionali, negli ultimi decenni la cooperazione nel settore museale ha acquisito un’importanza sempre maggiore. I cambiamenti sociali ed economici hanno contribuito al superamento della dimensione individuale delle singole istituzioni e al rafforzamento del senso di comunità. In questo processo, la varietà del panorama museale svizzero è tutt’altro che un ostacolo.

Da un lato c’è il piccolo museo locale che riesce a portare avanti le sue attività grazie a impiegati che lavorano part-time e al forte impegno dei volontari. Dall’altro, il Kunsthaus di Zurigo, con circa 200 dipendenti e oltre mezzo milione di visitatori l’anno. E ancora: il Museo di storia naturale di Berna, con le sue collezioni scientifiche; il Museo di etnografia di Ginevra, che si confronta con la molteplicità delle culture umane e riflette sui processi di decolonizzazione. Che cosa possono avere in comune istituzioni tanto diverse?

«Quello che ci unisce è molto più di quello che ci divide», afferma Myriam Stucki, responsabile della segreteria generale dell’Associazione dei musei svizzeri (AMS) e di ICOM Svizzera. Con oltre mille musei – quasi tutti rappresentati dall’AMS – la Svizzera vanta la più alta densità museale al mondo. Questa grande varietà è al tempo stesso una forza e una criticità. «Ciò che ci accomuna non sono le dimensioni, né la natura delle rispettive collezioni», osserva Stucki. «È la convinzione che i musei abbiano un’importanza sociale che va rafforzata e resa visibile».

Collaborazione su scala regionale

Da questa convinzione, accanto all’associazione nazionale sono nate in Svizzera numerose reti regionali che svolgono un importante ruolo di mediazione: vicine alle singole istituzioni quanto basta per conoscerne i problemi concreti, sono anche sufficientemente grandi da poter dare voce agli interessi collettivi.

«È fondamentale che i musei si presentino in modo unitario nei confronti dei loro interlocutori», afferma Patricia Alder, fondatrice e presidente di muse-um-zürich, un’associazione regionale nata vent’anni fa nel Canton Zurigo dall’unione di 34 musei e che oggi ne conta più di 120. «Per i nostri membri la visibilità è un tema centrale», spiega Alder: si va dall’attività di lobbying passando per il marketing, fino alla realizzazione di programmi comuni.

L’annuale rassegna di concerti «Klingende Museen», ad esempio, mira a riunire un pubblico proveniente da ambiti diversi accomunato dagli stessi interessi culturali. I musei partecipanti possono così raggiungere nuovi gruppi di visitatori e offrire al tempo stesso una piattaforma ai musicisti della regione: è un esempio riuscito dei vantaggi che derivano non solo dalla cooperazione tra istituzioni affini, ma anche da quella tra settori differenti.

Secondo Patricia Alder, «l’individualismo non funziona più da tempo». Un numero sempre maggiore di musei – osserva – hanno com-preso che l’importante non è tanto la competizione volta ad attrarre visibilità, visitatori e finanziamenti, ma l’appartenenza a un ecosistema condiviso.

«In ogni modo, per noi i musei non sono concorrenti », prosegue Alder. Al contrario, in molti casi la loro collaborazione all’interno dell’associazione regionale agisce da catalizzatore. «Capita spesso che le persone visitino una mostra e, grazie alle attività promozionali condivise, oppure semplicemente sfogliando il nostro dépliant, scoprano l’esistenza di molte altre istituzioni di loro interesse».

Anche grazie agli effetti di questa sinergia, muse-um-zürich sostiene concretamente la cooperazione attraverso un fondo apposito e organizza regolarmente corsi di formazione e assemblee degli associati. Accanto alla visibilità esterna, sta infatti assumendo un’importanza sempre maggiore lo scambio reciproco, soprattutto alla luce delle tante trasformazioni in atto.

Cambiamenti sociali, digitalizzazione, crisi climatica, tensioni geopolitiche, insicurezza economica: «Alla fine, ci troviamo tutti di fronte agli stessi problemi: lavorando in rete, possiamo però imparare gli uni dagli altri. Non è necessario che ciascuno ricominci ogni volta da zero», osserva Alder.

Il Quartiere dei musei di Berna

Particolarmente stretta è collaborazione che unisce le 11 istituzioni del Museumsquartier Bern (Quartiere dei musei di Berna), una giovane associazione fondata nel 2021. Durante la fase di avvio durata quattro anni, i musei partecipanti e i loro collaboratori hanno sviluppato i primi progetti e modelli operativi condivisi, creato un marchio ombrello e posto così le basi della collaborazione vera e propria. Oggi il quartiere museale dispone, tra le altre cose, di un sistema di biglietteria comune, offerte dedicate a famiglie, scuole e altri gruppi, servizi di ristorazione, un programma di manifestazioni condiviso e un giardino.

Tutto questo non è stato fatto dall’oggi al domani. «Ci vuole tempo per instaurare una collaborazione efficace», afferma Michèle Zweifel, ex responsabile del Museumsquartier Bern, che ha seguito il processo di costruzione del progetto. «Spesso è necessario creare insieme strutture e format nuovi. Questo richiede da parte di tutti pazienza, impegno e disponibilità reciproca». Nel caso del Quartiere dei musei di Berna si è rivelato efficace un approccio graduale: «Partire da un denominatore comune, fare esperienza e costruire poi su quella base». L’obiettivo, spiega Zweifel, non è tanto armonizzare il più possibile le istituzioni coinvolte, quanto valorizzarne la diversità e comunicarla al pubblico. 

Anche internamente – spiega Beat Hächler – è necessario tenere conto delle differenze. Hächler, direttore dell’ALPS Alpines Museum der Schweiz e presidente del consiglio direttivo del Museumsquartier Bern, sottolinea che «ogni istituzione ha la propria storia e il proprio modello organizzativo; inoltre molti musei operano sulla base di differenti accordi di mandato».

«Le ragioni per non avviare programmi di collaborazione sono tante». Eppure, esempi di successo come quello del Quartiere dei musei dimostrano che ne vale la pena: «Abbiamo la possibilità di creare un reale valore aggiunto per tutti i soggetti coinvolti impiegando le stesse risorse». Per riuscirci, conclude Hächler, è fondamentale affiancare all’apertura interna delle istituzioni anche una disponibilità ad accogliere stimoli e influenze esterne.

Il museo come forum, non come tempio

«L’idea che il museo sia il soggetto che trasmette un messaggio di cui la società è il semplice destinatario è ormai definitivamente tramontata», afferma Beat Hächler, che è anche presidente della International Mountain Museums Alliance e membro della giuria del prestigioso European Museum of the Year Award. Per lui, guardare oltre i confini della propria istituzione è una componente imprescindibile del lavoro museale.

«Per quanto mi riguarda, i musei sono piattaforme, spazi sociali», spiega. «E chi è chiamato a rappresentare temi sociali ha naturalmente bisogno della società stessa: questo significa includere punti di vista differenti e nuove istanze».

Il tema, in realtà, non è del tutto inedito, visto che già negli anni Settanta cominciò a essere messo in discussione il carattere del museo come istituzione elitaria riservata a un pubblico privilegiato e altamente istruito. Da allora, i musei non sono più considerati templi, ma arene aperte a tutti. Il discorso sulla democratizzazione delle istituzioni, sulla partecipazione e sull’inclusione è oggi divenuto solo in parte un dato acquisito. «Il dibattito continua giustamente a rimanere aperto», osserva Hächler, «perché siamo ancora lontani dall’aver raggiunto l’obiettivo».

NEMO: aperti al cambiamento

Anche per questo motivo lo scambio tra istituzioni viene promosso e sostenuto in modo sistematico dal Network of European Museum Organisations (NEMO). Molte delle problematiche attuali – spiega la segretaria generale Julia Pagel – non si fermano infatti ai confini nazionali, ma colpiscono i musei europei in modo sorprendentemente simile. «Per lungo tempo la cooperazione internazionale ha riguardato soprattutto la realizzazione di eventi espositivi e la circolazione diprestiti oltre frontiera. Oggi invece ha una portata molto più strategica. I musei sono percepiti sempre più come attori sociali: luoghi che favoriscono il dibattito, offrono un orientamento, assumono responsabilità», osserva Pagel. Il bisogno di cooperazione diventa particolarmente forte nei periodi di crisi, «durante la pandemia di COVID-19, ad esempio, con la crisi energetica e anche in questa fase caratterizzata da una crescente tensione politica».

Il valore aggiunto non deriva tanto dall’uniformazione quanto «dalla cooperazione, ottenuta attraverso standard comuni, conoscenze condivise e sostegno reciproco». È importante, sottolinea Pagel, che la collaborazione europea non vada soltanto a beneficio delle grandi istituzioni. «Sono spesso i musei più piccoli a offrire prospettive innovative e stimolanti, pur disponendo di minori risorse per acquisire visibilità. Per questo sosteniamo in modo mirato la loro partecipazione».

L’impegno di Pagel è volto alla creazione di un settore museale europeo preparato ad affrontare il futuro e riconosciuto a livello mondiale per il suo valore sociale: «Un settore capace di confrontarsi apertamente con il cambiamento e che non si sottrae alle grandi questioni del nostro tempo: dalla coesione sociale alla giustizia, passando per la sostenibilità e la digitalizzazione», afferma. «Allo stesso tempo, auspico che i musei diventino luoghi di lavoro attrattivi per i giovani, offrendo loro la possibilità di incidere concretamente sulla realtà». In futuro, la cooperazione internazionale diventerà un fattore acquisito, una componente integrante del lavoro museale, che andrà ad arricchire e strutturare la vita quotidiana delle nostre istituzioni.