Un museo esistenziale per l’uomo del XXI secolo

Luogo in cui realtà e fiaba convergono, il museo H. C. Andersen rappresenta una novità assoluta nel panorama museale.

Pensando ai tempi in cui viviamo, all’esperienza pandemica e alla guerra in Ucraina, alle nostre vite quotidiane compresse dentro mille impegni e spostamenti, all’orizzonte che per ognuno di noi sembra essersi ristretto per via di quella leggerezza e di quella facilità perdute che una volta avevamo nel fare progetti, a parole come precarietà e stress che sempre di più connotano le nostre esistenze, un museo come quello inaugurato la scorsa estate a Odense in Danimarca è proprio quello che ci vuole. Chissà, forse è il primo di molti che nasceranno, sicuramente è una prima nel suo genere. Intanto perché nasce dalla stretta collaborazione tra architettura e concetto museale a tal punto che l’architettura si fa essa stessa concetto, diventa essa stessa storytelling e percorso espositivo. È al contempo contenitore e contenuto.

Non si può capire lo spirito del progetto se non si conosce la persona e l’opera di Hans Christian Andersen, il più grande scrittore e poeta danese, vissuto dal 1805 al 1875, che sin dall’entrata del museo fa gli onori di casa. Con la sua voce incisa su un nastro lo sentiamo discutere con il narratore che tenta di raccontare la sua biografia: «Non sono nato in un buco come questo!» gli dice. Lo era invece: Andersen è nato nella piccola casa gialla al numero 45 di Hans-Jensen-Straße. Alle case museo di grandi scrittori o artisti – mantenute, impreziosite con i loro oggetti e i racconti delle loro vite – eravamo abituati. Ma un luogo che si fa emanazione del poeta, si manifesta e si esprime attraverso le sue opere e il suo universo fantastico come se fosse ancora presente, ancora tra di noi, è qualcosa di assolutamente inedito.

L’artefice del museo è Kengo Kuma, tra i più importanti e significativi architetti giapponesi contemporanei, da anni impegnato in una critica all’uso del calcestruzzo nel tentativo di trovare un’alternativa a questo materiale. Predilige il legno, la pietra, la ceramica e il bambù, la sua poetica declina i materiali in funzione della loro capacità emotiva, connessa alle caratteristiche costruttive intrinseche e agli insegnamenti della tradizione giapponese. Fondamentale nelle sue costruzioni è l’uso della luce, con la quale tenta di raggiungere un senso di «immaterialità spaziale». Caratteristiche che ritroviamo nel museo danese. Costato più di 50 milioni di euro e sorto in pieno centro cittadino, l’edificio si sviluppa tra la superficie e il sottosuolo su un’area di 5600 mq, di cui due terzi interrati. Più che come un museo si presenta come un grande giardino composto da diverse isole verdi, alte siepi che ricordano labirinti, laghetti, fiori, alberi, passatoie in legno e grandi padiglioni di vetro e legno che si integrano perfettamente nel contesto, quasi fossero anch’essi nati dalla terra. Tutto è tondeggiante e sinuoso, non ci sono angoli o spigoli. «Giochiamo a mescolare ciò che è fuori con ciò che è dentro, natura e architettura», dice il direttore creativo Henrik Lübker in un’intervista pubblicata sul sito del museo. Il visitatore transita in un mondo a metà tra realtà e fiaba. In questo gioco, in questa trasposizione dei piani il giardino che per primo ci accoglie e tocca i nostri sensi ci prepara all’esperienza, crea in noi quella disponibilità ad abbandonare la sfera razionale per immergerci nel mondo delle fiabe e della fantasia di Andersen.

Sinergia tra volumi architettonici e spirito del progetto

Le parole di Lübker rendono bene l’idea quando dice che «è un museo esistenziale» il cui scopo è quello di offrire alle persone un luogo, un universo in cui nulla è come appare e tutto ciò che credevamo di sapere viene stravolto dandoci la possibilità di conoscere ed esperire ripartendo da zero. Pensiamo alle diverse fiabe di Andersen, a come stuzzicano la fantasia, a come giocano con le nostre certezze e i luoghi comuni, a come sondano la natura umana mettendone in luce fragilità e paure, ambizioni e velleità, astuzie e cattiverie. Penso in particolare a I vestiti nuovi dell’imperatore, Il brutto anatroccolo, Il folletto del droghiere e L’ombra. A proposito di quest’ultima, in una delle diverse stazioni interattive ci si può stupire di come la propria ombra prenda forma e vita propria; più avanti si viene catturati dal canto delle sirene sott’acqua, mentre in una delle diverse stanze che si aprono al cielo attraverso preziosi e geometrici lucernari ci si può stendere su dei sassi e contemplare la volta celeste. Oppure ci sono i venti materassi su cui ha dormito la principessa e accanto, sotto vetro, poggiato su due cuscini rossi come fosse un gioiello prezioso, il famoso pisello.

Prima parlavamo della perfetta sinergia tra volumi architettonici e spirito del progetto, sinergia amplificata da altri due attori che hanno contribuito a dare forma, volto e anima al museo. Intanto lo studio di architettura paesaggistico di Helsinki Masu Planning e poi la Event Communications, agenzia londinese che disegna esperienze ed è entrata in gioco prima del progetto architettonico di Kengo Kuma. È stata l’agenzia londinese infatti a pensare la narrativa capace di ricreare l’universo anderseniano facendo così da guida alla realizzazione architettonica. Il risultato è un percorso in cui ogni passaggio, vista, scorcio, curva e piega sono in sintonia e fanno parte del complessivo racconto di un museo ben disegnato, ingegnoso e magico in cui anche i giardini esterni ed interni sono interconnessi, catturano e restituiscono lo spirito dell’autore e delle sue opere. Questo mondo perfettamente illogico è stato realizzato da un ensemble di creativi e geni tecnici, artisti e compositori premiati, maestri burattinai e acclamati autori che insieme si sono sbizzarriti con effetti visivi, dispositivi interattivi, uso della tecnologia kinect e il suono ambisonico innescato per creare illusioni visive. Il suono binaurale, mappato in 3D, si riversa nell’audio guida: basta avvicinare la testa a un oggetto per sentirlo parlare. «Non vogliamo dire al visitatore cosa sentire o pensare, né controllare in modo eccessivo la narrazione: il nostro intento è di far nascere spontaneamente emozioni e sentimenti», dice il direttore.

Il mondo umano e quello naturale sono una cosa sola

Risvegliare insomma il fanciullo che è in noi, che poi fu la nota essenziale dello spirito di Andersen, viaggiatore curioso e instancabile, sempre felice di partire per qualche paese nuovo, sempre pronto a riconoscere il bello, lui che inizialmente era stato messo a dura prova dalla vita. Nei suoi tanti generi, dal romanzo, alla fiaba, alla poesia percepiamo l’uomo che ha aperto gli occhi sulla realtà ma non ha perso il nativo candore del sentimento e la gioia di vivere, la fede in sé e in tutte le cose che esistono. Andersen concepiva il mondo umano e il mondo della natura come una cosa sola.

Nella hall d’ingresso il visitatore può scegliere il suo percorso sviluppato in quattro isole tematiche e dodici stazioni che raccontano precisi momenti di alcune fiabe di Andersen. Oltre agli effetti speciali già raccontati, ci sono 200 manufatti suoi originali in mostra. Sulla scala iniziale si è subito accompagnati da alcune citazioni: «Chi mi piacerebbe essere se non fossi me stesso? Hans Christian Andersen. Cosa temo più di ogni cosa? Me stesso» e ancora «Nei giorni felici non dimenticatevi del poeta». Desiderio esaudito. Ora la speranza è che Odense, la terza città danese, attiri più turisti, più di quei 100.000 che arrivavano prima della pandemia, di cui il 70% dall’estero, in particolare inglesi e cinesi.

Intanto il giardino pensato anche come una verde oasi rigenerativa urbana resta sempre aperto al pubblico. Anche questo rispecchia il messaggio che Andersen rivolgeva ai suoi lettori e oggi appare più attuale che mai: possiamo trovare e vivere i nostri sogni anche nella quotidianità.

Natascha Fioretti