UN DIALOGO TRA PASSATO E PRESENTE

In cosa consiste l’importanza sociale dei musei e che ruolo ha in questo contesto la ricerca sulla provenienza? Intervista con Nina Zimmer e Konrad Bitterli.

Nina Zimmer è direttrice del Kunstmuseum Bern e del Zentrum Paul Klee dal 2016. Nel 2017 Konrad Bitterli ha assunto la direzione del Kunst Museum Winterthur, che dal 2018 comprende anche la Collezione Reinhart allo Stadtgarten e Villa Flora. Intervistati da Susanne Koeberle, i due delineano una panoramica delle loro istituzioni.

La ricerca sulla provenienza è un concetto molto ampio. Di quali tematiche si occupano, concretamente, i vostri musei?

Bitterli: Da quando ho assunto la direzione del museo nel 2017, abbiamo istituzionalizzato la ricerca sulla provenienza. Nel complesso, le nostre collezioni sono ben documentate, anche se le relazioni che accompagnano le opere sono state redatte in un’epoca in cui la provenienza non era così importante come oggi. Abbiamo quindi iniziato a riesaminare i fatti cercando di colmare le lacune. Questo comporta un lavoro minuzioso che si svolge dietro le quinte.

Zimmer: Mentre il Kunstmuseum Bern ha avuto a che fare con il caso Gurlitt, per il Zentrum Paul Klee il tema non è così scottante, visto che le opere di Klee provengono dal lascito dell’artista. Dopo aver accettato la collezione Gurlitt, abbiamo più volte fatto dichiarazioni pubbliche sulle varie fasi del nostro lavoro. Ora che l’acquisizione è in gran parte completata, posso dire che negli ultimi anni tutti noi abbiamo imparato molto e ci siamo posti nuovi interrogativi. Riteniamo che il nostro compito sia anche quello di guardare le collezioni esistenti sotto una nuova luce.

E il tema del colonialismo?

Zimmer: Non è una tematica che interessa il Zentrum Paul Klee mentre al Kunstmuseum riguarda singoli oggetti indigeni provenienti da lasciti. Non è l’obiettivo principale del nostro lavoro, ma cerchiamo comunque di trattare questo tema con la stessa attenzione che dedichiamo agli altri.

Bitterli: Anche per noi non è l’obiettivo principale, dal momento che nessuna delle nostre opere proviene da un contesto coloniale. Credo che saranno soprattutto i musei etnologici a dover affrontare nuove sfide; anche in questi casi occorrerà procedere con grande cura scientifica per chiarire le provenienze.

Quanto è importante comunicare i risultati di queste ricerche al grande pubblico?

Bitterli: Quando si hanno casi esemplari ne vale sicuramente la pena, come hanno dimostrato le mostre sulla collezione Gurlitt a Berna. Generalmente però i risultati non sono così spettacolari; la domanda da porsi in ogni caso è se esistano eventi rilevanti che possono essere organizzati. Nel 2014 e nel 2015 l’ex Museo Oskar Reinhart aveva organizzato convegni sui «beni in fuga», durante i quali è stato anche discussa la questione della diversa terminologia. In ogni caso, trasparenza e comunicazione sono i fattori chiave.

Zimmer: Percepisco un ampio interesse del pubblico nei confronti di queste tematiche e dobbiamo chiederci quali siano i formati più appropriati per veicolarle. In autunno verrà inaugurata la terza mostra sulla collezione Gurlitt dal titolo «Gurlitt. Un bilancio». Inoltre, abbiamo realizzato piccole mostre sugli interventi messi in atto nella collezione. Abbiamo anche organizzato una conferenza sul tema «Depositi. Trasferimenti di beni culturali a seguito di persecuzioni e conseguenze per i musei svizzeri (1933–1950)» accessibile attraverso vari formati. Anche le scuole vengono introdotte all’argomento. A livello digitale, è possibile ricercare l’intera collezione sulla banca dati che è online dallo scorso dicembre. Si tratta di strumenti diversi per creare trasparenza e attirare il pubblico, ma anche per soddisfare la sua curiosità.

L’uso di certi termini genera confusione. Per molto tempo, la Svizzera ha fatto una distinzione tra «arte saccheggiata» e «beni in fuga».

Zimmer: Noi applichiamo la definizione di «sottrazione a seguito di persecuzioni». L’importante comunque è valutare caso per caso.

Bitterli: Questi termini sono stati oggetto di lunghi dibattiti. Alla fine, la cosa da fare è una sola: bisogna condurre una ricerca approfondita ed esporre i fatti, non c’è altro modo. La discussione sulla terminologia a volte mi sembra una cortina fumogena.

Qual è il compito dei musei nel trattare il passato e in che misura l’arte può contribuire a rileggerlo?

Bitterli: In quanto oggetto estetico, l’arte ha un valore in sé. Allo stesso tempo, rivela un contesto storico-culturale e narra storie. Il museo ha il compito di dare visibilità a tutto questo e in ciò rientra anche la ricerca sulla provenienza.

Zimmer: I musei sono «macchine» che creano identità e rendono gli oggetti del passato accessibili al pubblico di oggi. Hanno anche il compito di fornire un orientamento. Il modo in cui affrontiamo la storia esprime il modo in cui vogliamo vivere insieme e agire come società. Il lavoro museale si estende sempre alla sfera politica.

Può il museo avere un ruolo di moderatore all’interno dei processi sociali?

Bitterli: Non solo i musei riflettono tali processi, anche l’arte in sé lo fa. I musei non sono che una piattaforma utile a esporre l’arte. Cosa mostrare e come, poi, dipende dal museo. Il modo in cui avviciniamo l’arte del passato riflette anche la maniera in cui affrontiamo le nostre origini e il nostro patrimonio culturale. Mi sembra ancora più importante che i musei aprano le porte al presente, perché gli artisti sono i sismografi della contemporaneità.

Zimmer: Sono stati gli stessi artisti a sollevare il tema della riflessione critica sulle istituzioni, la cosiddetta «Institutional Critique». E questo non si può ignorare. Al tempo stesso, non possiamo semplicemente delegare il discorso agli artisti. Non abbiamo un mandato attivista, siamo uno spazio pubblico, cofinanziato da denaro pubblico in cui è possibile il dibattito. Ma come istituzione museale abbiamo la responsabilità di ciò che ammettiamo e rendiamo possibile. La società ha molte richieste riguardo a questo spazio simbolico.

Dove risiede secondo voi il potenziale per un crossover tra la classica presentazione delle collezioni e le posizioni contemporanee?

Bitterli: Questo è un punto cruciale. In passato, le mostre erano soprattutto una rappresentazione della storia dell’arte. Il confronto tra presente e passato rende nuovamente leggibile quest’ultimo. D’altra parte, il presente, che talvolta ci appare estraneo, diventa comprensibile perché viene contestualizzato. Si tratta di approcci produttivi che sollevano interrogativi sul mondo e sull’esistenza umana. Ma non si tratta in alcun modo di illustrare il passato attraverso il presente.

Zimmer: La stretta collaborazione con gli artisti contemporanei è molto importante ai miei occhi: solo attraverso questa complicità possiamo porre al passato le giuste domande sul nostro presente. Tuttavia, non si tratta semplicemente di vivacizzare la collezione storica con qualche intervento crossover. In questo modo l’arte contemporanea rischia di scadere rapidamente nel ruolo di «condimento».

E per quanto riguarda i finanziamenti della ricerca sulla provenienza?

Zimmer: Un punto importante che non ha ancora trovato una soluzione. Dal 2016 l’Ufficio federale della cultura ha messo in atto importanti programmi di finanziamento su base paritetica. Inoltre, dopo la decisione di accettare il lascito Gurlitt, abbiamo ricevuto un sostegno eccezionale anche da fondazioni private. Tuttavia, per il compito principale del museo, ovvero la ricerca sulle proprie collezioni, in futuro dipenderemo dal sostegno del Cantone.

Bitterli: Il sostegno ai musei da parte dell’UFC per quanto riguarda la ricerca sulla provenienza è stato molto importante. Tuttavia, da questo tipo di approccio non è mai stata tratta una conseguenza fondamentale: offrire l’opportunità economica di riacquisire opere problematiche in modo da rendere la loro storia accessibile al pubblico. È un peccato.

Susanna Koeberle