Rivista svizzera dei musei

Rivista svizzera dei musei 26

Tra le nuove linee strategiche di VMS e ICOM Svizzera figura la trasformazione dei musei in organizzazioni che apprendono. Nell'edizione attuale presentiamo un esempio impressionante di apertura istituzionale: il Museo internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa a Ginevra. La direzione, i collaboratori e i volontari realizzano ogni giorno la loro visione di un'istituzione che apprende, aperta a tutti. Il contributo al congresso annuale «Musei nella trasformazione digitale» mette in luce le questioni che i musei devono affrontare nell'uso dell'intelligenza artificiale e le conseguenze che ciò ha per le strutture, i processi e le competenze. Questa volta guardiamo oltre confine, proprio davanti alla nostra porta di casa, nel triangolo culturale ricco di Austria, Svizzera e Liechtenstein, e presentiamo, oltre al Museo ebraico di Hohenems, il progetto transfrontaliero «Ricordare insieme nella Valle del Reno. Dal 1938 al 1945».  

Tradotto con DeepL.com (versione gratuita)

Rivista svizzera dei musei 26

A proposito

La Rivista svizzera dei musei è la rivista dei membri dell'AMS e di ICOM Svizzera. Fornisce informazioni sulle attività delle associazioni e sull'attuale politica culturale, presenta una selezione di opere specialistiche e offre uno sguardo dietro le quinte dei musei svizzeri attraverso una serie di fotografie. La rivista viene pubblicata due volte l'anno in edizione multilingue. Le traduzioni dei principali articoli sono disponibili su museums.ch.

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Traduzioni

Cronaca 2025

Sommati tra loro, gli anniversari che segnano la cronaca di quest'anno raggiungono la ragguardevole cifra di 615 anni: congratulazioni a tutti i festeggiati! Il Museo di storia naturale di Soletta celebra i suoi duecento anni con una mostra sul tema «tierisch alt», vecchio come il cucco. In aprile, il Museo del design di Zurigo ha festeggiato il centocinquantesimo compleanno con un programma speciale nel fine settimana dell'anniversario: laboratorio della carta, serigrafia dal vivo e ruota della fortuna. In tre regioni linguistiche si spengono quaranta candeline: cifra tonda per il Museo Villa dei Cedri di Bellinzona, il Centro Pro Natura de Champ-Pittet e per la Kunst Halle di San Gallo. Compie trent'anni il Forum di storia svizzera di Svitto, che festeggia con una ricca giornata di celebrazioni e discorsi, spettacoli di musica popolare e visite guidate brevi nel museo. Due venticinquennali nella Svizzera romanda: per l'occasione il Museo romano di Vallon ha offerto al suo pubblico due giornate speciali, con tre narratrici che hanno raccontato la storia di Ercole («Hercule et ses aventures»), divisa in quattro parti. Finiti i festeggiamenti, l'Espace des inventions di Losanna ha chiuso i battenti per lavori di ristrutturazione e riaprirà nella primavera 2026. In occasione del loro ventennale, il Centro Paul Klee e Creaviva regalano ai ragazzi e alle ragazze nati e nate anche loro nel 2005 l'ingresso gratuito per tutto l'anno. Ma la festa non è stata solo per le persone più giovani: a giungo, nel grande fine settimana dell'anniversario, per tutti e tutte musica, la realizzazione di una gigantesca opera d'arte collettiva nell'atelier tessile, voli in mongolfiera nel cielo sopra il museo... e molto altro.

Per i quarantacinque anni che ancora mancano al la somma dei giubilei menzionata all'inizio, passiamo agli avvicendamenti di personale. Il 2025, anno in cui il Museo del ferro e della ferrovia celebra i suoi quarantacinque anni, vede anche il direttore Kilian Rustichelli lasciare la sua carica. Alla Maison de l’Absinthe, il Museo dell'assenzio, Yann Klauser ha passato il testimone della direzione a Raphaël Gasser già a settembre dell'anno scorso; a ottobre Sabina Braun è succeduta a Frauke Dammert allo Schulmuseum Thurgau, il Museo della scuola della Turgovia. Da gennaio 2025, subentrando a Irène Cramm, Alexandra Könz è la nuova direttrice del Bourbaki Panorama di Lucerna, oltre che membro del consiglio della fondazione omonima. Alla Stiftung für Kunst, Kultur und Geschichte/Fondazione per l'arte, la cultura e la storia, all'inizio del 2025 Reto Thüring ha sostituito Christoph Lichtin alla direzione della sezione cultura. Nello stesso periodo, una terna di dirigenti ha preso il posto di Sibylle Lichtensteiger allo Stapferhaus: Sonja Enz e Celia Bachmann condividono la direzione artistica, mentre Michael Arnold cura la direzione commerciale. Daniel Baumann ha lasciato la direzione della Kunsthalle di Zurigo alla fine di febbraio 2025 e a marzo gli è subentrata Fanny Hauser. Ancora nello stesso periodo, alla direzione della Pinacoteca cantonale Giovanni Züst è entrato in carica Elio Schenini, che ha sostituito Mariangela Agliati Ruggia. A luglio ha assunto la direzione commerciale del Museo d'arte del Liechtenstein Johann Wucherer; succede a Kerstin Appel, che ha ricoperto l'incarico per otto anni. Ad agosto ha assunto la direzione del Museo Ariana Bertrand Mazeirat, subentrando a Isabelle Naef Galuba, in carica dal 2010. Sempre in agosto, Annette Amberg ha preso il posto di Melanie Ohnemus alla direzione del Kunsthaus di Glarona. Alla fine di agosto Sibylle Zambon ha lasciato la direzione di MUSE.TG, Musei della Turgovia;al suo posto, a settembre è arrivata Daniela Schilhab.

Passando alla terza area tematica, quella delle nuove aperture e ristrutturazioni, anche qui un museo ha doppia menzione: alla fine di agosto 2025 le condirettrici del Museo Henry Dunant di Heiden, Kaba Rössler e Nadine Schneider, hanno lasciato l'incarico che ricoprivano dal 2019; durante il loro mandato, ad agosto 2024, hanno festeggiato la riapertura del museo rinnovato, al termine di una ristrutturazione durata tre anni. Il Fotomuseum di Winterthur ha riaperto le sue porte a maggio 2025 dopo due anni di lavori, con spazi rinnovati e con la mostra inaugurale «The Lure of the Image – Wie Bilder im Netz verlocken» (Il richiamo delle immagini. Come le immagini della rete seducono).Dopo la chiusura del settembre 2014, il Museo del tiro di Berna ha riaperto i battenti ai primi di novembre 2025 con la nuova esposizione permanente «Gut im Schuss» (In tiro perfetto). In ultimo, a fine novembre il Museo ebraico svizzero festeggia la riapertura in una nuova sede a Basilea.

Concludiamo con le candidature e i riconoscimenti. A gennaio 2025 il Museo di storia naturale di Neuchâtel e il Museo di storia post-naturale hanno ricevuto il Prix Expo 2024 dell'Accademia svizzera di scienze naturali per due mostre presentate al Museo di storia naturale di Neuchâtel simultaneamente e in dialogo tra loro. Il MUZOO di La Chaux-de-Fonds, l'Enter Technikwelt (museo della tecnica) di Soletta, il Museo internazionale della Riforma di Ginevra e il Gletschergarten (Giardino dei ghiacciai) di Lucerna sono stati candidati al Premio Museo europeo dell'anno. Con la sua originale combinazione di museo di storia naturale e giardino zoologico, il MUZOO ha convinto i dieci membri della giuria ed è stato insignito del Premio Meyvaert per la sostenibilità ecologica. Per sottolineare il ruolo centrale dei musei nel promuovere lo sviluppo sostenibile, il Consiglio internazionale dei musei ha poi istituito il Premio ICOM per le pratiche di sviluppo sostenibile nei musei. Il premio è stato assegnato in occasione della Conferenza generale di Dubai nelle cinque categorie Persone, Pianeta, Prosperità, Partenariato e Pace. Dei centotrenta candidati appartenenti a sessanta paesi, cinque erano svizzeri: il Museo internazionale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa, il Museo etnografico di Ginevra - MEG, il Museo della comunicazione di Berna, il Giardino botanico di Neuchâtel e il Museo Svizzero delle Finanze di Zurigo.

Yalla! Quando la periferia sta al centro

Insieme ai musei di Altstätten e Vaduz, il Museo ebraico di Hohenems ha realizzato un progetto trinazionale dedicato alla memoria della seconda guerra mondiale. Ora sta preparando per la Svizzera un memoriale delle vittime del nazionalsocialismo.

Dov'è la periferia, e dov'è il centro? Ci troviamo nel giardino del Museo ebraico di Hohenems, dove i vecchi alberi con la loro ombra danno refrigerio nella calura. La caffetteria del museo è animata fin dal mattino. Hohenems è una piccola città austriaca nello stato federale del Vorarlberg: vista da Vienna, all'estrema periferia occidentale – guardando da Berna, sul limitare est, non lontano dal confine con la Svizzera. Ma il suo museo colloca Hohenems esattamente al centro.

«Prima ci ha contattati il canton San Gallo, poi il museo Prestegg di Altstätten. Ora, su commissione della Svizzera, stiamo lavorando a uno dei due memoriali nazionali, e tutto grazie alla nostra audio-ciclovia». Hanno Loewy, da vent'anni direttore del prestigioso museo, ha un lieve sorriso. Durante la chiusura forzata dovuta alla pandemia, lui e i suoi collaboratori hanno avuto un'«idea megalomane», racconta: un percorso ciclabile storico-memoriale che da Bregenz, sul lago di Costanza, arriva al Montafon, costeggiando i confini che separano – o collegano – l'Austria, la Svizzera, il Liechtenstein e la Germania. Spiega Loewy: «Con i visitatori del museo, che vengano dalla Svizzera o dall'Austria, ci è sempre piaciuto scendere al Reno, dove passa il confine nazionale. Là la storia diventa tangibile».

Lungo i circa cento chilometri del percorso sono state installate sessantacinque pietre dotate di codice QR, ognuna delle quali racconta la storia di una delle tante fughe che avvenivano poco prima e durante la seconda guerra mondiale tra il lago di Costanza e le Alpi. «In quegli anni migliaia di persone attraversavano il Vorarlberg cercando scampo dal nazionalsocialismo in Svizzera: ebrei ed ebree, oppositori del regime, disertori, prigionieri di guerra, lavoratrici forzate dell'Europa orientale. Qualcuno aveva fortuna», spiega Barbara Thimm, studiosa ed educatrice alla memoria. Nei sessantacinque destini raccontati si condensano il dramma e l'infamia delle persecuzioni. Uno è quello di Paul Grüninger, comandante della polizia di San Gallo che divenne aiutante di fuggitivi, insubordinato e persona non grata.

«In quegli anni migliaia di persone attraversavano il Vorarlberg cercando scampo dal nazionalsocialismo in Svizzera: ebrei ed ebree, oppositori del regime, disertori, prigionieri di guerra, lavoratrici forzate dell'Europa orientale. Qualcuno aveva fortuna»

Barbara Thimm

Per il Museo ebraico di Hohenems Barbara Thimm si occupa anche delle fughe sul confine tra la Svizzera e l'Austria. L'innovativa audio-ciclovia ha incontrato un grande interesse. Il primo a richiedere la collaborazione con il museo è stato il canton San Gallo, che intendeva proporsi come sede del memoriale svizzero per le vittime del nazionalsocialismo – con successo. È stata poi la volta del Museo Prestegg, nella vicina Altstätten, che ha chiesto la collaborazione a un progetto di commemorazione bilaterale in occasione degli ottant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Il Museo ebraico ha accettato: è così nata un'iniziativa nuova nel suo genere. Con il titolo «Gemeinsam erinnern im Rheintal. 1938 bis 1945» («Memoria comune nella valle del Reno, 1938-1945»), il Museo Prestegg e il Museo ebraico, con il Museo nazionale del Liechtenstein, presentano così tre mostre coordinate nei contenuti ma allestite indipendentemente. E, come se gli sconfinamenti non fossero già abbastanza, la mostra del Museo ebraico è organizzata a Altstätten: «Il Prestegg ha più spazio di noi, e poi vogliamo mettere al centro la prospettiva svizzera», così motiva la scelta Barbara Thimm.

Cooperazione trinazionale

La collaborazione a tre è stata istruttiva, e a tratti ha richiesto abilità diplomatica. Nel suo contributo il Museo nazionale del Liechtenstein illustra come le persone hanno resistito alla difficile congiuntura nel piccolo paese neutrale, stretto tra la Svizzera, anch'essa neutrale ma più grande, e il «Terzo Reich». Anche il Museo Prestegg affianca alle storie delle fughe la vita quotidiana delle persone in relazione al tema della mostra. Il Museo ebraico partecipa, oltre che con la trasferta a Altstätten, con la sua audio-ciclovia.

Oltre a Berna, si è aggiudicato il Memoriale svizzero il canton San Gallo. Grazie a Hohenems. Barbara Thimm: «Il Museo ebraico sta lavorando a un centro di comunicazione nella vecchia dogana di Diepoldsau, località di confine nel canton San Gallo, sul tema delle fughe e sul rapporto della Svizzera con i fuggiaschi». A questo scopo Thimm attingerà ai suoi studi e all'esperienza maturata nel progetto «Gemeinsam erinnern im Rheintal», «Memoria comune nella valle del Reno, 1938-1945».Non a caso Diepoldsau ricorre più volte nell'audio-ciclovia, che la raggiunge attraverso un ponte oggi intitolato a Paul Grüninger. La Svizzera lo ha riabilitato solo dopo vent'anni dalla morte.

Hohenems è l'unica città del Vorarlberg dove le ebree e gli ebrei formavano una comunità – fino al 1938, quando l'Austria fu annessa alla Germania di Hitler. Ricorda Hanno Loewy: «Hohenems era chiamata scherzosamente il sobborgo ebraico di San Gallo». Qui nel 1991, ancora prima che a Vienna, su iniziativa di alcune cittadine e cittadini è stato istituito un museo ebraico. Ha sede nella ex villa della famiglia di industriali Heimann-Rosenthal, che abitava nell'allora quartiere ebraico. I nazisti e i loro complici hanno sradicato quasi del tutto l'ebraismo dal Vorarlberg, ma il museo ha contribuito alla riscoperta dell'eredità ebraica di Hohenems e oggi vi arrivano visitatori da tutta Europa. E nel Vorarlberg vivono più ebree ed ebrei di prima del 1938.

«Il titolo di una mostra deve proporre un enigma, deve invogliare le visitatrici e i visitatori a capire che cosa c'è dietro» 

Hanno Loewy

Il museo ha conquistato la sua fama anche grazie alle mostre temporanee, la più recente delle quali si intitola «Yalla. Arabisch-jüdische Berührungen» (Yalla. Contaminazioni arabo-ebraiche). Invece di dividere tra persone ebree e arabe, invece di contrapporre antisemitismo e islamofobia, il museo cerca i punti di contatto tra le due culture, che hanno una ricca storia comune. Osserva Hanno Loewy: «La nostra mostra elabora il lutto per ciò che si è perduto».

Le ultime mostre di Hohenems erano dedicate a temi come monoteismo e genere, l'accesso delle religioni al corpo dei credenti, il fenomeno della conversione, ebrei arabi e israeliani palestinesi. «Tutte le nostre mostre partono dalla specifica storia ebraica ma pongono domande di portata generale. Una mostra deve avere almeno due voci, altrimenti il pubblico non la prende sul serio». Anche il titolo deve ispirare il pubblico:«Il titolo di una mostra deve proporre un enigma, deve invogliare le visitatrici e i visitatori a capire che cosa c'è dietro. E sì, deve anche provocare».

C'è una mostra che ha dato particolarmente soddisfazione a Loewy: le visitatrici e i visitatori potevano esporre nel museo un oggetto che per loro era «qualcosa di ebraico», alla condizione che spiegassero la loro scelta e non mantenessero l'anonimato. «Non poteva esserci dimostrazione migliore di quanti significati diversi può avere uno stesso oggetto. Noi non siamo un museo che usa gli oggetti solo per illustrare storie preconfezionate»

Il che vuol dire che il pubblico deve trovare da sé il senso. Ad esempio, sul ruolo che la neutrale Svizzera ha svolto nella seconda guerra mondiale. O sul presente, che cambia incessantemente sotto i nostri occhi.

L'autore

Urs Hafner è storico e giornalista free-lance a Berna. Di recente ha scritto un libro su Melchior Dönni di Lucerna, che ai primi del Novecento sosteneva che la terra è piatta (Dönnis Erdscheibe. Ein Käser und seine Welt», Chrono

L’IA nel museo: il fattore umano resta decisivo

Da tecnologia di nicchia qual era inizialmente, l’intelligenza artificiale è diventata in breve tempo un motore di trasformazione cruciale per i musei. Questo richiede tuttavia un cambiamento profondo della struttura organizzativa e nuove aree di competenza. In tutto ciò, il fattore umano rimane di importanza fondamentale.

Le collezioni si catalogano da sole o quasi; il pubblico partecipa a visite guidate da assistenti virtuali; la provenienza degli oggetti esposti viene analizzata nei dettagli grazie all’intelligenza artificiale. Fantascienza? No, è ormai da tempo una realtà.

L’IA sta rivoluzionando la nostra quotidianità a una velocità tale che fatichiamo a starle dietro. Il termine stesso non ha una definizione univoca; nella maggior parte dei casi, però, ci si riferisce alla cosiddetta intelligenza artificiale generativa. A differenza dell’IA tradizionale, che esegue compiti specifici secondo regole predefinite – come i computer per il gioco degli scacchi o i traduttori automatici – l’IA generativa apprende in maniera autonoma elaborando grandi quantità di dati ed è in grado di creare nuovi contenuti originali. Tra questi, immagini, testi, progetti grafici, video, musica e voce, fino ai codici per lo sviluppo di software. Le più recenti conquiste in questo campo, rese possibili da ChatGPT, ne hanno fatto un tema socialmente rilevante e ormai – che ne sia consapevole o meno – la maggior parte delle persone utilizza l’intelligenza artificiale.

Nei musei la nuova tecnologia apre numerose possibilità: dall’automazione della catalogazione allo studio della provenienza, fino alle proposte didattiche e alle visite personalizzate. Al tempo stesso emergono questioni fondamentali legate alla protezione dei dati e al diritto d’autore, all’autenticità, al ruolo del museo e, soprattutto, agli aspetti etici. Tutto ciò incide sulla struttura organizzativa, sulle metodologie di lavoro e, in particolare, sulle competenze richieste a un museo.

Mantenere il controllo dei dati

Ma cosa significa concretamente? «Prima di parlare di intelligenza artificiale, dobbiamo confrontarci con i dati che abbiamo», afferma Günhan Akarçay, responsabile dell’ufficio Trasformazione digitale e innovazione al Museo nazionale svizzero. Gli strumenti di IA non generano nuovi contenuti dal nulla: anche durante il loro utilizzo, vengono continuamente alimentati da un flusso di informazioni, che impiegano per evolversi e apprendere. In questo modo i dati diventano pubblici, a meno che non venga stabilito diversamente. «I musei hanno quindi bisogno di principi di governance chiari per mantenere la visione d’insieme e il controllo dei propri dati», prosegue Akarçay.

In altre parole: prima di utilizzare l’intelligenza artificiale, un museo dovrebbe stabilire con la massima precisione quali dati mettere a disposizione e a che scopo. Solo dopo aver definito questi principi di fondo si può passare all’elaborazione di linee guida e strategie, offrire attività di formazione e affrontare su base continuativa, come istituzione, il tema dell’IA. Sono indispensabili, a questo proposito, non solo conoscenze di base sui dati e sui processi, ma anche la comprensione della cornice di riferimento etica e giuridica. «Questo non significa che tutti noi dobbiamo metterci a seguire corsi di programmazione o studi di giurisprudenza», precisa Akarçay. Tuttavia, nei progetti attuali questi aspetti devono essere presi in considerazione, con inevitabili ripercussioni sui metodi di lavoro e l’esigenza di una maggiore flessibilità.

Collaborazione interdisciplinare 

Attualmente il Museo nazionale porta avanti un progetto pilota che prevede l’impiego dell’IA come supporto alla mostra permanente. L’applicazione permette ai visitatori di interagire personalmente con gli oggetti esposti. «È stata fondamentale la creazione di un team interdisciplinare composto da curatori, esperti di marketing e informatici che ha affrontato il tema in maniera graduale. Abbiamo dovuto analizzare innanzitutto le potenzialità e i limiti dell’IA, valutarne i rischi, curare i dati di addestramento, integrare cicli di feedback con il pubblico e ottimizzare costantemente gli aspetti tecnici», spiega Akarçay. Tutto ciò è stato possibile soltanto grazie a nuovi e più agili metodi di lavoro.

L’uso dell’intelligenza artificiale, infatti, richiede competenze diverse. Oltre a una conoscenza di base del suo funzionamento, sono indispensabili un solido livello di alfabetizzazione mediale e una buona capacità critica. «Le informazioni fornite dall’IA sono corrette? Su quali fonti si basano? Sono troppo parziali? Questi interrogativi non riguardano solo la valutazione dei contenuti, ma l’immissione stessa dei dati in uno strumento di IA», osserva Akarçay. Tutto ciò solleva anche questioni di diritto d’autore, protezione dei dati e altri aspetti legali.

Sensibilità etica decisiva

Accanto a una conoscenza adeguata del diritto, uno dei fattori determinanti è la consapevolezza delle problematiche etiche. «Il diritto stabilisce le basi di una società, ma l’etica va oltre il diritto», afferma Orlando Budelacci, vicedirettore della Scuola universitaria professionale di Lucerna (HSLU) e presidente della Commissione etica. «Le questioni etiche emergono quasi spontaneamente nell’uso dell’IA, poiché la tecnologia apre molte nuove possibilità, ma il modo di gestirle non è ancora consolidato.»

Nel settore museale, in particolare, la sensibilità etica ha un ruolo fondamentale. Oltre ad assumere su di sé una grande responsabilità, i musei godono anche di una forte fiducia sociale che deve essere preservata, ad esempio in relazione alla sfera privata. «La tutela della privacy non è solo importante per il benessere individuale, ma rappresenta una condizione imprescindibile per il funzionamento di una democrazia liberale», afferma Budelacci. L’IA mette a rischio questa tutela, anche in ambito museale. Aspetti particolarmente delicati sono il riconoscimento facciale e la registrazione dei dati di movimento attraverso visori di realtà virtuale o sistemi di videosorveglianza, ad esempio, che permettono di trarre conclusioni sulla personalità e sul comportamento dei visitatori.

Mettere in discussione i risultati

Un ulteriore problema riguarda le bolle informative e le rappresentazioni distorte, i cosiddetti bias. L’intelligenza artificiale può essere, ad esempio, uno strumento efficiente nella curatela di una mostra, ma nelle fasi di ricerca e di selezione degli oggetti tenderà inevitabilmente ad allinearsi alle narrative e alle ideologie dominanti, mettendo in secondo piano le posizioni minoritarie. Anche nel caso di visite personalizzate, una guida basata sull’IA finirebbe con l’accentuare interessi già consolidati. «Tutto ciò rischia di compromettere il confronto critico e dovrebbe essere oggetto di particolare attenzione da parte dei musei», osserva Budelacci.

Anche le mansioni assegnate allo staff cambiano. L’IA apre nuove possibilità e semplifica molti processi, come l’analisi di grandi quantità di dati; questo però non significa che l’elemento umano debba essere sostituito. Se uno strumento di IA è in grado, ad esempio, di ordinare, analizzare e sintetizzare i metadati di migliaia di oggetti, una persona può contemporaneamente ricostruirne il contesto. Le risorse umane, quindi, non vengono limitate, ma impiegate in modo più efficace.

Cooperazione: l’unione fa la forza

Resta però decisivo l’elemento umano. «Attribuiamo alle macchine caratteristiche umane. Ma esiste una grande differenza tra intelligenza artificiale e coscienza, comprensione del senso, morale ed esperienza personale di un essere umano», afferma Budelacci. E Günhan Akarçay aggiunge: «Nell’impiego dell’IA, i risultati devono sempre essere sottoposti, in ultima istanza, a una verifica umana. La responsabilità non può né deve essere delegata a una macchina».

Si tratta di un’enorme responsabilità. La maggior parte dei musei si trova di fronte a sfide simili, ma mentre le grandi istituzioni possono contare su interi team dedicati esclusivamente a questo, i piccoli musei spesso si sentono tagliati fuori e sopraffatti. «Credo che possiamo affrontare questa sfida soltanto insieme, e non parlo solo dell’IA, ma dell’evoluzione tecnologica in generale, che procede a un passo sempre più spedito. Le collaborazioni all’interno del mondo museale, ma anche con start-up o università, rappresentano una strada percorribile anche dai musei più piccoli», osserva Akarçay.

Autore

Timo Landenberger
Communication Manager di AMS e ICOM Svizzera

A Ginevra, un museo internazionale per dei valori universali

Tra misure di accessibilità e co-costruzioni con il pubblico, il Museo Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa traduce quotidianamente in azioni concrete i sette principi fondamentali del Movimento di cui presenta la storia. Lo visito in compagnia del direttore, Pascal Hufschmid, e di Alice Baronnet, la responsabile delle pubbliche relazioni.

Nello spazio dedicato alla ricostruzione dei legami familiari del Museo Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (MICR), mi imbatto in una giovane coppia cinese. Quando chiedo loro perché hanno deciso di visitare il museo, lei scorre freneticamente la galleria fotografica del telefono finché non trova lo scatto che vuole farmi vedere. Gira lo schermo verso di me e mi mostra un’immagine del suo braccio stretto da un laccio emostatico: «Ho appena donato il sangue per la prima volta in vita mia. Penso che il volontariato e l’azione umanitaria siano estremamente importanti per la nostra società».

Come la giovane cinese, anche il MICR passa dalle parole ai fatti mettendo in pratica i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario illustrati nei suoi quattromila metri quadri. Le ventiquattro guide, la maggior parte delle quali donne, sono ad esempio tutte volontarie. Per Pascal Hufschmid, direttore del museo dal 2019, il volontariato si inserisce coerentemente nella visione di un museo che vive i valori di cui parla. «Sarebbe troppo facile sostenere grandi principi umanitari senza interrogarci su come ci comportiamo – come museo, come ente – e su quale impatto abbiamo sulla comunità».

È proprio a partire da questa riflessione che nel 2021 il MICR è diventato il primo museo svizzero certificato come datore di lavoro LGBTI, «qui tutti possono sentirsi liberi di essere come sono», sottolinea Pascal Hufschmid. «L’intento è ridurre l’afflizione generata dall’impossibilità di vivere appieno la propria identità sul lavoro». Prevenire e alleviare le sofferenze di tutte e di tutti in conformità con il principio di umanità su cui è incardinato il diritto internazionale umanitario.

Uno spazio per il dialogo

Nel ventre della collina dominata dal palazzo del Comitato Internazionale della Croce Rossa, di fronte alla sede delle Nazioni Unite, il MICR accoglie quotidianamente un pubblico eterogeneo. Pascal Hufschmid spiega che la risposta all’entità della sfida – trasmettere il proprio messaggio agli scolari come ai capi di Stato in visita ufficiale – risiede nell’ascolto. Sogna un museo che non imponga un monologo e crei invece opportunità di dialogo e interazione: «Portiamo avanti una riflessione collettiva e vogliamo ribadire che tutti hanno il diritto di prendervi parte».

A riprova di questo impegno, il MICR ha pubblicato un volume in cui sono raccolti cinquemila messaggi lasciati dai visitatori e promosso la prima residenza d’artista, imperniata su un modello di co-creazione. Nell’Atelier, uno spazio liberamente accessibile accanto alla caffetteria del museo, il vincitore o vincitrice del Premio Arte e Umanità lavora per sei mesi a un’opera cui chiunque può contribuire. Quest’anno, l’iraniana Zahrasadat Hakim ha realizzato, con l’aiuto di visitatrici e visitatori, un grande arazzo che entrerà a far parte della collezione permanente.

Alice Baronnet è entusiasta di poter offrire questa opportunità a quante più persone possibile: «È una fortuna avere l’occasione di conoscere l’artista in residenza e collaborare alla realizzazione del suo progetto. Non è facile fare altrove un’esperienza simile». E la possibilità di partecipare amplia il bacino dei visitatori futuri. «Credo che chi partecipa al lavoro in corso abbia in mente di ritornare al MICR per ammirare l’opera che ha contribuito a creare insieme a persone che non conosce e all’artista con cui ha avuto la possibilità di interagire; secondo me, vedere esposto in una mostra il risultato di quanto siamo stati in grado di fare è davvero gratificante».

La partecipazione del pubblico è stata centrale anche nella riconfigurazione delle aree di accoglienza. Nell’arco di diciotto mesi, il museo ha raccolto ottomila proposte avanzate dai visitatori e tenute in considerazione nell’impostazione di un intervento basato sui principi della neutralità carbonica. «La prima regola per chi opera in campo umanitario è non aggravare la situazione», spiega il direttore. «Se, come in questo caso, sei un museo che necessita di una ristrutturazione, ti devi guardare dal peggiorare la tua impronta carbonica. E diventi così il primo museo svizzero a riqualificare i tuoi spazi sfruttando l’architettura circolare e soddisfacendo esigenze concrete».

Benvenuti tutti

Al MICR sono benvenuti tutti, a prescindere dall’età, nazionalità, cultura e abilità. Lo staff del museo lavora con imparzialità per garantire che ciascuno possa godere dell’esperienza a modo suo, a seconda dei propri bisogni. Sono state adottate diverse misure per garantire un’accessibilità il più possibile universale.

Oltre alle audioguide in nove lingue, alle sedie a rotelle e agli sgabelli “self-service”, al sistema di amplificazione a induzione magnetica per chi indossa apparecchi acustici e alle audiodescrizioni, l’accoglienza inclusiva prevede anche visite guidate nel linguaggio dei segni e visite “relax” durante le quali ogni modo di reagire e interagire è pienamente accettato. Le borse sensoriali, contenenti oggetti come delle cuffie antirumore, una pallina antistress e delle carte emozione, consentono alle persone con esigenze speciali di visitare la mostra in modo indipendente e in tutta tranquillità.

Ma innanzitutto bisogna avere la volontà e la possibilità di visitare il museo. Per assicurare l’accessibilità economica sono state istituite le Domeniche solidali: ciascuna prima domenica del mese l’ingresso è a prezzo ridotto e chiunque può acquistare un “biglietto sospeso” all’entrata. Alice Baronnet spiega: «Come nei bar si paga in anticipo un caffè per chi non se lo può permettere, così si può fare con i nostri biglietti; noi ci occupiamo di distribuirli a una decina di associazioni che li girano ai rispettivi utenti» Nel 2024, 1942 persone hanno potuto visitare il MICR grazie a questa iniziativa.

Apprendere e condividere

La vocazione del museo a diffondere la conoscenza va ben oltre le mostre. Dopo aver introdotto tra le misure di accessibilità il servizio dei “sussurratori di immagini” – le guide che accompagnano le persone non vedenti o ipovedenti –, il MICR ha fatto un ulteriore passo avanti offrendosi di aiutare tredici istituzioni pubbliche a formare dei volontari in quest’ambito: «Abbiamo collaborato con partner della Svizzera francese, ma vorremmo anche esportare l’idea, è bello che questo servizio sia disponibile qui, ma ci piacerebbe diffonderlo anche altrove», spiega Alice Baronnet.

A rimarcare questa vocazione alla solidarietà, non solo nell’ambito della divulgazione culturale, ma anche tra i membri dello staff del museo, Pascal Hufschmid racconta che le collaboratrici e i collaboratori del MICR incaricati di una missione – accompagnare una mostra itinerante o partecipare a una conferenza – al loro ritorno condividono l’esperienza con i colleghi in occasione di un pranzo conviviale, denominato “lunch and learn”, che serve a consolidare l’unità del team.

Un museo intraprendente

Dopo essere riuscito ad assicurare il sostegno necessario al museo per superare il quarantesimo compleanno, previsto per il 2028, nonostante le politiche di austerità annunciate dalla Confederazione, le cui sovvenzioni coprono attualmente un quarto del bilancio dell’ente, Pascal Hufschmid guarda al futuro con ottimismo. «Siamo costantemente impegnati nella diversificazione delle nostre fonti di finanziamento, perché siamo una fondazione privata. Il MICR è certamente sostenuto dalle autorità pubbliche, ma siamo molto attivi nelle sponsorizzazioni e gestiamo le nostre risorse con agilità».

La diversificazione delle entrate garantisce, tra l’altro, la sopravvivenza dell’istituzione, che collabora con «un numero enorme di partner, contatti, alleati e sostenitori, tutti interessati al fatto che il museo continui a esistere», insiste Hufschmid. Convinto dell’universalità del messaggio che il MICR trasmette da Ginevra – la città in cui sono state firmate le omonime Convenzioni, pilastri del diritto umanitario internazionale e della stessa Croce Rossa – invita tutti a visitare quella che è molto più di una semplice raccolta di oggetti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Il MICR in cifre (2024)

  • 117.335 visitatori (il 67% dei quali provenienti dall’estero)
  • 2556 ingressi nelle Domeniche solidali
  • 35 visite ufficiali per un totale di 689 persone
  • 11 partnership con istituti di formazione
  • 7 mostre
  • 1 milione di visualizzazioni su Facebook

Autrice

Céline Stegmüller, giornalista, collabora dal 2018 con il portale SWI swissinfo.ch per conto del quale realizza principalmente dei video. Si occupa di cultura, società e ambiente.